Perché a Poggio Umbricchio non voteranno

 

 

IL TEMPO
GRONACA DI CHIETI E TERAMO
DOPO IL GRAN RIGIUTO DELLE SCHEDE
PER LE PROSSIME ELEZIONI

Tratto dal quotidiano Il Tempo pag.4 di martedì 9 aprile 1963

Un viaggio lungo tre secoli – Uomini e bestie senza confini – “Non siamo italiani?” Ventidue chilometri per la pensione – Con la neve l’acqua da bere.

POGGIO UMBRICCHIO, un’ora e più di cammino, lungo la mulattiera solitaria e fangosa. Poi, finalmente, siamo in quel paese che sovrasta, antico e solenne come rudere d’un castello medioevale, il mostro d’asfalto della “statale 80”.
Sembra assurdo, eppure si tratta di un bel tuffo nel tempo e nelle “dimensioni” con cui siamo abituati a misurare l’esistenza degli uomini. Da Teramo a Poggio Umbricchio: un viaggio lungo almeno tre secoli. Andateci “raccomandazione per i politici che, adesso, mostrano particolare interesse per la giustizia sociale” e vedrete che in queste contrade, almeno trecento anni sono passati inutilmente.

Poggio Umbricchio vi presenta subito il proprio volto: una umanità all’insegna della fatica; anche andare a passeggio è una fatica. Le strade interne sono strette e difficoltose, come le rocce del Gran Sasso. E’ un paese antico solitario, alla sommità d’una collina franosa e sterile, strapiombante sul nastro lontano (ancora lontano!) della statale L’Aquila – Teramo.
Le case si confondono con le stalle: sono basse, i muri lacerati come i vestiti dei tanti bambini che incontriamo per le strade; le porte delle dimore sono piccole, come i pertugi per le bestie.

Anche in queste case, a Poggio Umbricchio, le differenze tra gli uomini e gli animali quasi si annullano. Dalla soglia d'una di queste stamberghe, un vecchio nero ed immobile ci investe: « Non siamo italiani noi? Non c'è Poggio Umbricchio sulla carta d'Italia? Ho 72 anni, 37 mesi di fronte nella prima guerra mondiale 22 km. per andare a prendere la “grande” pensione fino a Nerito, quando la neve e il fango non ci seppelliscono... Non venite a chiederci di votare, adesso! ».
Il vecchio emerge dal buio della sua povera casa e racconta la propria storia. Adesso ci viene incontro; finalmente ha capito che non siamo attivisti politici, uno dei tanti che quasi tutti i partiti hanno spedito sul posto, dopo il «gran rifiuto» della popolazione per le votazioni del 28 aprile. Il vecchio che protesta si chiama Federico Mazzetta: la sua vicenda è uguale a quella degli altri abitanti, si identifica con la storia di questo paese isolato, dimenticato tagliato fuori. « Non voteremo - aggiunge il vecchio - Niente siamo e niente vogliamo rimanere ».

Beppe Monti, con la diabolica Rolley-Flex. registra, intanto, le immagini della miseria antica del paese. Giulio Forlini, un amico della «spedizione giornalistica», ci invita ad osservare certe realtà che ci circondano, quasi ci trovassimo in un mondo fuori del nostro tempo. Qui, infatti, tutto è avvenuto inutilmente, nel mondo: civiltà, progresso, tecnica sono parole nuove, prive di senso. Per le strade, dentro le case povere ed ospitali, sul volto degli uomini e di tutti abbiamo letto il dramma di Poggio Umbricchio: il dramma della miseria dell’abbandono.
Siamo in un paese dove tutto appare inutile, anche la protesta. Gli abitanti, compatti, ai limite della sopportazione, in coro ripetono: « Non voteremo » Ma a che serve? « Si tratta – direbbe un galoppino di partito – di una protesta politicamente irrilevante ». Solo 350 sono gli abitanti 190 i votanti e 50 gli emigranti. Una voce abbastanza modesta che si perde nel deserto interminabile che circonda Poggio Umbricchio e la sua gente. Oltre questo « muro » duro e invalicabile, rimane il senso della pacifica rivolta, resta la sfiducia.
« E' stata una decisione spontanea di tutti – dicono – Non ci sono stati sobillatori ».
La politica non c'entra insomma. Il parroco don Luigi Cherubino il rappresentante della DC Vincenzo Di Cesare e l'ufficiale postale Ezio Ragusi ne danno conferma.

Una sfiducia, quella di Poggio Umbricchio verso i partiti e verso gli uomini. Non hanno avuto fortuna, sotto nessuna bandiera. Nel 1953 votarono in blocco per il PCI e il paese restò all'anno zero, come oggi, dopo aver dato il voto – nelle elezioni del '58 – alla DC.
« Per andare a prendere l'acqua – è una vecchia che parla – debbo camminare un'ora. Costa più cara, l’acqua che il vino, qui. Quest'inverno abbiamo preso la neve dei tetti e abbiamo dovuto scioglierla sul fuoco, per bere ».

Chiediamo il nome alla vecchia Si chiama Rosalia Evangelista; ma prima di rispondere, ha un dubbio e domanda: « Ma si può dire il nome? Fa che sì va in galera ». Per le strade di Poggio Umbricchio abbiamo incontrato anche il fantasma della paura: la paura di dire perfino che non c'è l'acqua per dissetare l'esercito, davvero numeroso, di questi bambini che riempiono le viuzze ed i vicoli.
Luigi Evangelisti sbraita al nostro passaggio: « Hanno messo la libertà, ma la libertà di pagare le tasse ». Un altro si fa avanti per riferirci l'imbarazzo del parroco che arriva in paese, tempo permettendo due volte alla settimana.

Gli avrebbe confidato il sacerdote: « Mi si stavano litigando i candidati onorevoli. Non sapevo chi scegliere. Finalmente avevo deciso per l'onorevole... E adesso che avete stabilito di non votare, come farò? »
E' la volta d'un padre di famiglia preoccupato. « Qui, non si va più avanti - dice - per i casi di febbre maltese. Il medico ha detto che dipende dal latte delle capre; ma non ha detto che è piuttosto il latte della terra che è nell'acqua che beviamo »

A Poggio Umbricchio è già notte. Nella buia osteria del paese troviamo Gino Paolini del partito di Saragat, circondato dai capi-famiglia, che sono anche i capi della rivolta. Paolini sta combattendo la sua battaglia contro la diffidenza e la sfiducia di questi uomini stanchi e muti. « Voi mi conoscete sono uno i dei vostri. Dopo il 28 aprile sapete dove trovarmi... »
Ma le promesse, le buone parole, i piani avveniristici non servono a placare la fame di giustizia e di lavoro che, attanaglia questa gente. E' sul terreno delle realizzazioni concrete ed immediate che attendono una risposta, un segno di solidarietà.


il giornalista Marcello Martelli